Il Manifesto, 11 Ottobre 2001
Al di là di Dio Padre
ELISABETH E. GREEN
Monoteismo, maschilismo e violenza bellica si implicano a vicenda e si fondano
sull'immagine di un Dio maschile, violento e patriarcale. Pubblichiamo ampi stralci della
relazione che la pastora valdese Elisabeth E. Green ha presentato al convegno "Pace e
guerra nella Bibbia e nel Corano".
Guerra e monoteismo sono realtà in cui la differenza
sessuale gioca un ruolo determinante. Fino a poco tempo fa tutto l'apparato militare, gli
eserciti di tutto il mondo erano realtà virili da cui le donne erano rigorosamente
escluse. E la stessissima cosa possiamo affermare del monoteismo nelle sue forme
istituzionalizzate. Se in alcuni settori del cristianesimo e dell'ebraismo le donne ora
occupano posizioni fino a poco tempo fa riservate solo a uomini, la maggioranza delle
istituzioni che si ispirano al monoteismo - chiese, moschee, sinagoghe - continua a
rimanere di governo esclusivamente maschile. Anzi possiamo affermare che la differenza
sessuale è una discriminante fondamentale a livello sia simbolico che sociale nelle
religioni monoteistiche. Poiché la declinazione al maschile delle realtà che ci
interessano è preponderante, potrebbe venire a noi donne la tentazione di lavarcene le
mani e dichiararci tranquillamente estranee a qualsiasi discorso su pace e guerra nelle
religioni del libro. Preferisco non soccombere a tale tentazione. Come donne infatti ci
troviamo all'interno sia delle diverse istanze del monoteismo che nei vari apparati di
guerra essendoci stato assegnato un ruolo simbolico fondamentale.
(...) La nozione di un Dio declinato esclusivamente al maschile è stata oggetto di
critica da parte di Mary Daly nella sua opera Al di là di Dio Padre. Semplificando
al massimo, Daly (e con lei molte teologhe), opinano che la figura di un Dio maschile in
cielo serve a legittimare i rapporti diseguali tra uomini e donne sulla terra. Inoltre, se
come opina il sociologo francese Bourdieu, "l'atto sessuale stesso è concepito dagli
uomini come una forma di dominio, di riappropriazione, di 'possesso'", allora si
profila un nesso tra l'Iddio garante di maschilità, da una parte, e ciò che Daly chiama
la Sacrilega Trinità: stupro, genocidio e guerra, dall'altra. Se le teologhe in occidente
considerano l'Iddio maschile perno di un violento ordine sociosimbolico, alcune teologhe
asiatiche e africane ritengono che il problema non sia tanto la configurazione maschile di
Dio quanto la sua natura esclusivista. Come l'esperienza maschile è stata universalizzata
fino a diventare la norma dell'umano tout court, così il cristianesimo è stato
assolutizzato come norma di ogni fede religiosa. Kwok Pui Lan, per esempio, afferma che
"una comprensione esclusivista del Cristo eleva il cristianesimo al di sopra di tutte
le altre religioni ed è stata utilizzata per giustificare la conquista, la colonizzazione
e persino il genocidio". In questo modo viene prospettata l'ipotesi che monoteismo,
esclusivismo, maschilismo e violenza si implichino a vicenda. Il noto studioso tedesco
Gerd Theissen sottolinea il ruolo giocato dalla maschilità nello sviluppo del monoteismo
biblico. Poiché il monoteismo potesse affermarsi Dio doveva diventare veramente
universale (...). Così la divinità doveva liberarsi dai legami sia con l'ambiente che
con la famiglia. Dovette sorgere, cioè il Dio "senza immagini" e il Dio
"senza famiglia". (...) E' evidente che tale Dio slegato dai legami di
parentela, alienato dai processi biologici fondamentali, portatore di "valori più
alti del vivere e del sopravvivere" non poteva che essere maschile.
(...) Ciò che mi preme evidenziare è che la logica di tali sistemi (religiosi, ndr)
è una logica sessuata secondo cui l'unico Dio viene declinato al maschile e l'Altro di
qualsiasi genere, colore o fede viene declinato al femminile. (...) Nella versione
cristiana di tale regime l'uomo si rispecchia nel Dio maschile come il Soggetto Assoluto
secondo la cui immagine è stato creato mentre la donna continua a differenziarsi in
relazione sia a Dio che all'uomo come l'Altro. In questo modo, il femminile diventa la
cifra simbolica di ogni altro Altro, cioè di qualsiasi nemico ebreo, nero, o omosessuale
che sia. La violenza bellica, quindi, trae forza dalla misoginia costitutiva dell'ordine
sociosimbolico patriarcale, ordine a sua volta legittimato dal Dio maschile. Vorrei
portare un esempio di questa tesi prendendo in esame l'addestramento militare. Pare che
l'esercito per creare la docilità necessaria all'ubbidienza incondizionata del soldato
debba trasformare i suoi maschi in "femmine". Gli insulti urlati alle reclute,
per esempio, si riferiscono alle donne e soprattutto a quelle parti dell'anatomia
femminile legate alle funzioni riproduttive. Durante il combattimento, l'odio che il
soldato sente verso il "femminile" dentro di sé, viene mobilitato e proiettato
sul nemico il quale diventa, simbolicamente, una donna da distruggere (...).
Nella Bibbia, il nesso tra discriminazione della donna e sterminio del nemico viene
illuminato dal libro di Ester. Il primo capitolo infatti ci regala un quadro quasi
perfetto del meccanismo dell'ordine imperiale in cui gli uomini comandano e le donne
ubbidiscono. Quando la regina Vasti si oppone all'ordine del re, rifiutando di esporsi
come oggetto allo sguardo maschile, il re emana un decreto per ristabilire l'uomo come
capo famiglia in ogni casa del reame. La successiva ribellione di Mardocheo viene a
ricalcarsi sulla storia di Vasti cosicché il popolo ebraico assume una posizione
simbolica femminile. Come tutte le donne andavano punite per la disubbidienza della
regina, così tutti gli ebrei saranno puniti per la disubbidienza di Mardocheo, con però
un'importante differenza: mentre Vasti viene ripudiata e le donne sottomesse, il popolo
ebraico va annientato. La posizione subalterna della donna è la premessa di un regime
pronto ad annientare coloro che di volta in volta vengono costruiti come nemico. (...)
Sebbene Ester emerga viva dal conflitto, per molte donne la storia è diversa. Nell'ordine
sociosimbolico patriarcale il rapporto sessuale è stato costruito in termini di dominio
cosicché lo stupro è diventato la metafora di qualsiasi atto di dominazione. Fine ultimo
degli stupri di guerra commessi durante non importa quale conflitto (...) è
l'affermazione della propria maschilità attraverso l'assoluta umiliazione del nemico. In
tempi di guerra, inoltre, migliaia di donne sono state rapite e tenute prigioniere per
offrire servizi sessuali ai soldati. All'epoca della guerra in Vietnam, per esempio,
l'esercito americano aveva adibito alcune isole del Pacifico alla prostituzione mentre dal
'32 al '45 l'esercito giapponese teneva fino a 200.000 donne coreane come schiave. Lo
stupro sistematico delle donne dell'Altro e il massiccio sfruttamento sessuale delle donne
da parte degli eserciti in tempo di guerra sono una terribile spia del nesso tra
maschilismo e violenza bellica.
Se monoteismo, maschilismo e violenza bellica si implicano a vicenda si potrebbe pensare
che l'opposizione alla guerra e la speranza della pace possano provenire dalla donne tout
court. Tale idea emerge con forza nell'800, segnando settori del movimento delle donne
e continua ad esercitare ancora oggi un certo fascino. Alcune iniziative delle donne a
favore della pace sono riuscite infatti ad unire non solo donne del monoteismo (come le
Donne in Nero nel Medio oriente o le donne cattoliche e protestanti dell'Irlanda) ma anche
donne di diverse o nessuna esperienza religiosa. Ma basare un'etica della pace su una
presunta natura femminile universale è problematico. L'alterità femminile,
imprescindibile nel produrre l'alterità altrui, ha difficoltà a creare quell'identità
solidale propria di altri gruppi sociali. (...)
Se maschilismo, monoteismo, esclusivismo e violenza bellica si intrecciano tanto nella
storia quanto nella teologia, quali speranze di pace possono provenire dal monoteismo?
(...) E' importante rilevare che quando le teologhe mettono sotto accusa la maschilità
del monoteismo, non accusano la maschilità tout court bensì la maschilità
configurata in termini patriarcali. (...) Dio Padre diventa il garante di un ordine
sociosimbolico attraversato da rapporti "di diseguaglianza egemonica, di controllo -
dominio/sottomissione, oppressore/oppresso - caratterizzati da paternalismo, imperialismo,
colonialismo ed elitismo". Come è difficile dire un femminile al di fuori di questa
economia (cui si è dedicato il movimento delle donne), così è difficile per gli uomini
dire la propria sessuazione parziale (cui si sono dedicati un po' meno). E se Dio venisse
in loro aiuto? La prima risposta alla nostra domanda consiste nel fare leva sulla
maschilità di Dio per poter dire un modo di essere uomini non più al servizio
dell'ordine violento del patriarcato.
In Mt 23 Gesù esclude la possibilità che gli uomini si appellino a Dio per
legittimare rapporti di natura gerarchica. Dicendo "Ma voi non vi fate chiamare
Maestro perché uno solo è il vostro Maestro", Gesù afferma che nessuno può
arrogarsi del titolo divino per porsi in una posizione di superiorità nei confronti
dell'altro. Inoltre, viene messa in evidenza la natura patriarcale di tali rapporti:
"Non chiamate nessuno sulla terra vostro padre, perché uno solo è il Padre vostro,
quello che è nei cieli". In altre parole, Gesù si appella alla paternità divina
non per mistificare i rapporti diseguali bensì per smascherarli. Tuttavia Gesù non si
limita a criticare l'ordine sociosimbolico patriarcale ma addirittura lo sovverte. Ad
essere i primi non sono più i padri bensì gli ultimi nella gerarchia domestica
dell'epoca i servi. (...) Gesù utilizza la figura del servo per opporsi a chi vuole
riprodurre rapporti patriarcali all'interno del suo movimento. Nell'ordine sociosimbolico
patriarcale i servi, e quell'altra figura prediletta di Gesù, il bambino - occupano una
posizione femminile. Che Gesù si presenti e viene presentato come servo, quindi,
sconvolge sia le nostre nozioni di Dio che i ruoli sociali predicati sulla differenza di
genere. Poiché è soprattutto in relazione alla sua morte che Gesù viene chiamato servo
non c'è da sorprendersi se, nel racconto della passione Gesù come vittima occupa la
posizione femminile per eccellenza. (...) Mary Daly afferma: "Le qualità che il
cristianesimo idealizza, specialmente nelle donne, sono anch'esse quelle di una vittima:
amore sacrificale, passiva accettazione della sofferenza, umiltà, mansuetudine ecc".
Io, invece sto affermando che la vita di Gesù dimostra precisamente le qualità cui una
maschilità distorta dalle relazioni patriarcali abbisogna. La vita di Gesù intacca alle
radici quel modo di relazionarsi che porta in ultima analisi alla violenza bellica. (...)
La morte di Gesù avvenuta porta al culmine un processo in cui Dio stesso diventa Altro.
Facendosi Altro, Dio si è spogliato dalla sua maschilità violenta e patriarcale
indicando nuove piste al maschile.
(...) Secondo Theissen, per diventare universale l'Iddio degli Israeliti doveva liberarsi
dalle immagini. La seconda risposta che danno le donne al nostro quesito si appella
direttamente a questo divieto alle immagini. Insistendo sulla paternità di Dio i teologi
hanno creato un'immagine linguistica di Dio Padre non meno idolatra di sculture fatte di
legno o di metallo. (...) Che cosa fanno le donne di questo discorso? Affermano che se
ogni discorso su Dio utilizza un linguaggio mitico, e se la donna è immagine di Dio tanto
quanto l'uomo, allora si può parlare di Dio "se così si può dire" in termini
femminili. Non si tratta di aggiungere ad un Dio maschile degli attributi cosiddetti
femminili (...). Si tratta, invece, di dire Dio completamente al femminile mostrando che
ciò che sta in gioco nella paternità divina non è tanto la maschilità di Dio quanto la
sua genitorietà.
(...) Secondo Adriana Cavarero, la tradizione filosofica di Occidente è imperniata su una
simbolica di morte; l'essere umano viene definito a partire dalla morte, siamo infatti
"mortali". Se è la morte a definirci, allora il ruolo di Dio consiste nel
salvarci da essa, garantendoci l'immortalità. L'idea di un Dio che salva l'essere umano
dalla corruzione e dalla morte è fondamentale nel pensiero cristiano ed è lo stesso Dio
a giustificare il dominio su tutto ciò che ricorda la mortalità umana (maschile) come
appunto le donne, la corporeità, la polvere della terra. La negazione della morte,
insieme agli sforzi di dominarla vanno quindi a pari passo con una profonda misoginia.
(...) Esiste, però un qualcosa che ancor prima della morte determina l'essere umano: la
nascita. E se ci considerassimo non più mortali, determinati dalla morte bensì natali
definiti dalla nascita? Così Grace Jantzen si propone di dire Dio non come Colui che
vince la morte ma come Colei che "dà vita alla vita".
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